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Vivo e vegeto
Cominciò molte estati fa. Quante, non saprei quantificare, troppe stagioni si sono succedute, fino a perderne il conto.
Vivevo solo, in un cascinale al limitare del bosco, con qualche gallina, due caprette e un mulo.
Mi guadagnavo da vivere vendendo legna da ardere alle pizzerie e a qualche privato. Legna che mi procuravo depredando la faggeta, ricavandone ottima legna da ardere che, dopo averla spaccata e impilata in ciocchi, lasciavo ad essiccare per più di un anno, prima di caricarla sul furgone e consegnarla ai miei affezionati clienti.
Il bosco era area protetta. Il guardia-boschi… una brava persona, un amico interessato che chiudeva tutti e due gli occhi, a fronte di un “piccolo obolo”, che gli versavo insieme a un buon bicchiere di rosso quando mi veniva a trovare.
Naturalmente, per non metterlo e mettermi nei guai, con mulo, motosega e accetta m’inoltravo nel profondo del bosco e lì, per camuffare il misfatto, abbattevo un albero ogni dieci o quindici; evitando in tal modo di creare una radura visibile dall’alto.
Solitamente abbattevo un paio di faggi a settimana. Provavo un senso di onnipotenza, mi sentivo il signore della foresta, colui che aveva diritto di vita e di morte sugli alberi, udendo il fusto che avrebbe potuto ergersi imperioso per secoli, gemere di dolore mentre si piegava lentamente, prima di accelerare e schiantarsi nel sottobosco. Riprendendomi dal momento d’estasi, mi davo da fare; dovevo pulire il tronco dalle ramaglie, e lì, un piacere orgasmico m’invadeva vedendo i possenti rami del gigante che poc’anzi svettavano sino a sfiorare il cielo, cadere sotto i colpi della mia motosega. Soddisfatto, mentre sezionavo il tronco spoglio, realizzavo che non avrei voluto fare nessun altro mestiere. Dopodiché caricavo alcuni spezzoni sul basto del mulo e li trasportavo al cascinale: io e il mulo, dovevamo tornare nel bosco altre due o tre volte per riportare a casa tutti gli spezzoni.
Un modo non del tutto lecito e anche molto faticoso per guadagnarsi la pagnotta.
Comunque sia, era un modo di vivere molto gratificante; mi dava un senso d’indipendenza sentire il Sole sulla pelle mentre, a torso nudo, curavo l’orto, falciavo l’erba del prato e poi raccoglievo il fieno per l’inverno.
Tutto il mondo, sembrò precipitare quel pomeriggio di luglio.
Ero accaldato dopo aver falciato l’erba del prato, allora aprii il rubinetto che alimentava l’abbeveratoio e mi bagnai la testa. Poi, immergendo le mani nell’abbeveratoio, mi sciacquai il torace. Fu allora che, abbassando lo sguardo, mi prese un colpo. La pelle che fino a quel giorno era di un bel colore ambrato, ora virava sul verde.
Spaventato, m’infilai una canotta, presi il furgone, scesi in paese e mi precipitai nello studio del medico condotto.
«Potrebbe essere itterizia», ipotizzò questi. «Devi farti analizzare il sangue al più presto. Quando avrai in mano gli esiti, portameli!» aggiunse mentre preparava la prescrizione.
Tornai tre giorni dopo. Il dottore verificò che i valori erano nella norma, poi mi guardò perplesso: ora l’epidermide era di un bel colore verde ramarro!
Non sapendo a che santo votarsi, il medico mi fece ricoverare urgentemente nel reparto infettivi. Più di due mesi in isolamento non servirono a molto - l’origine del problema rimase un mistero - se non ad accertare che non era una malattia infettiva, e a rovinarmi l’estate. C’erano giorni in cui mi sembrava d’impazzire. I dottori al mio capezzale scrollavano la testa, dichiarandosi impotenti. Quando lasciavano la camera, guardavo fuori dalla finestra e vedendo il Sole che, temevo, non avrebbe più riscaldato il mio corpo, pensavo all’orto che sarebbe andato in malora, alle galline e al mulo che avevo affidato a un amico, e cadevo preda dello sconforto. Allora, sacramentando all’indirizzo delle fronde che vedevo stormire al vento, invidiavo gli alberi secolari che, incuranti delle intemperie, rinnovavano la chioma ad ogni nuova primavera.
Finì con l’estate il mio calvario, quando il verde intenso andò sfumando e, qualche giorno dopo, virò sul giallo; non ancora il mio colore naturale, ma siccome gli esami erano tutti negativi e non risultavo infettivo, mi dimisero: in verità, infettivo non lo ero mai stato, ma quei geni della lampada in camice bianco, onde evitare brutte sorprese mi avevano tenuto sotto osservazione per ben settantotto giorni! Roba da matti! Anzi, da impazzire!
Verso la fine di ottobre, l’incarnato del volto aveva assunto una colorazione più o meno naturale.
«Meno male, il risotto alla milanese sta regredendo a vista d’occhio», sospirai davanti allo specchio del bagno il giorno dopo, notando che il colorito giallognolo aveva liberato un’altra porzione di epidermide, scendendo sino all’altezza dello sterno.
Mentre orinavo abbassai gli occhi. «E questa?! Che roba è, questa?» mi chiesi spaventato.
Appoggiandomi alle piastrelle del rivestimento, rimasi scioccato, con il “coso” in mano, guardando il liquido verde che colorava l’acqua del water. «Devo farla vedere al dottore!» realizzai sconvolto. Trattenendo a fatica l’ultimo getto, corsi in cucina, tirai un cassettone, afferrai il primo contenitore a portata di mano e, chiudendo gli occhi, sospirando mi liberai del peso che gravava sulla vescica.
«Ma che cazzo!» sbottai aprendo gli occhi. Temendo di non farcela a trattenerla, nella fretta avevo preso lo scolapasta!
Guardando la macchia verde sul pavimento in cotto, non potei trattenere una grassa risata. «Va beh, poco male. Prima pulisco, poi cerco un vasetto, e dopo aver ingurgitato una mezza bottiglia d’acqua, vedrò di riempirlo.» E così feci.
Ora guardavo il liquido contenuto nel vasetto con una certa curiosità, chiedendomi cosa avessi bevuto o mangiato per orinare menta piperita: era mattina presto e, oltre all’acqua bevuta per riempire la vescica, dalla sera prima non avevo ingerito nient’altro. E non è che la sera avessi fatto bagordi, da quando ero tornato dall’ospedale, la sola vista del cibo mi provocava una specie di repulsione; così, dopo essermi costretto a buttare giù un piatto di riso bianco scondito, bagnato con un bicchiere d’acqua, me n’ero andato a letto stanco e demoralizzato.
Il dottore osservò intensamente il vasetto, pareva intento a leggere il mio futuro in una sfera di cristallo verde smeraldo!
Alla fine, dopo avermi chiesto cosa avessi bevuto, mi congedò dicendomi che mi avrebbe chiamato quando gli sarebbero stati comunicati i risultati delle analisi.
«Clorofilla!» esclami incredulo, quando mi annunciò qual’era il pigmento che colorava le mie urine.
E da lì, sotto con altre analisi, ecografie e via discorrendo; esami che, alla fine, nonostante continuassi a fare pipì alla clorofilla, certificarono che non avevo patologie.
A quel punto, urologi di grido ed altri uomini di scienza si fecero avanti per indagare il mio caso. Mi pareva di essere diventato un fenomeno da baraccone, e per non essere considerato tale, mandai tutti al diavolo e ripresi la mia vita normale.
Normale per modo di dire, visto che l’inappetenza mi consentiva di ingoiare un pugno di riso al giorno.
Frattanto, la pigmentazione giallognola dell’epidermide regrediva. Era arrivata ai polpacci quando, guardando il giardino, ebbi l’illuminazione.
Gli alberi stavano perdendo le ultime foglie ingiallite, la mia pelle si stava liberando delle ultime tracce del pigmento giallognolo, il colore verde nell’urina andava anch’esso scemando.
«La clorofilla!» esultai. «Eccolo risolto il mistero dell’abbronzatura da ramarro!»
Stavo per chiamare il dottore per renderlo partecipe della scoperta, poi ci ripensai. Probabilmente mi avrebbe preso per pazzo, meglio lasciar perdere.
Come avevo intuito, quando l’ultima traccia di pigmento giallognolo abbandonò l’alluce del piede sinistro, l’urina tornò ad essere chiara come l’acqua.
Come le foglie caduche, mi ero liberato della clorofilla.
A quel punto mi chiesi: “Devo considerarmi caduco anch’io?”
Debole, ero debole, la vista del cibo mi procurava conati di vomito, ormai ingurgitavo quasi solamente acqua. Non potevo continuare così.
Come ci ero arrivato a quel punto? Quali comportamenti avevo tenuto prima e durante l’estate?
Ripassando il mio recente vissuto, non ci trovai niente di diverso dal solito. Avrei voluto dimenticare l’intera faccenda, ma la mancanza d’appetito era lì a ricordarmela.
A dicembre ero ridotto a una larva, oramai, a parte l’acqua, nemmeno il pugno di riso giornaliero riuscivo a tenere giù.
“Non vedrò un’altra estate, morirò prima di Natale”, pensai, rassegnato al peggio, alzandomi a fatica dal divano.
Strascicando i piedi nudi (mi ero scordato di calzare le ciabatte) uscì per buttare un po’ di mais nel pollaio e il fieno nella mangiatoia del mulo.
Mi sentivo stranamente bene, mentre osservavo le galline beccare il mais. Avevo i piedi caldi, li guardai incredulo, erano nudi, immersi nel fango gelido, eppure il calore che emanavano stava irradiandosi al resto del corpo.
Osservando meglio, notai che le dita, piegandosi ad artiglio, stavano scavando nel fango. Fui tentato di sollevare i piedi, ma era una sensazione così piacevole: dolori, debolezza, fame, tutto era solo un lontano ricordo.
Un quarto d’ora dopo, finalmente sazio (di cosa poi?) decisi di rientrare. Alzai il piede dal fango, le dita erano ancora contratte; provai a raddrizzarle, erano pietrificate.
Mi appoggiai al muro per provare a sbloccarle con le mani. «Com’è possibile?!» esclamai. Le unghie dei piedi erano spropositatamente lunghe: almeno il doppio delle dita. Una crescita inspiegabile, in un lasso di tempo così breve.
Tornai in casa, presi il tronchese; stavo per tagliare quella dell’alluce del piede destro, quando ebbi l’illuminazione… e tutto mi fu chiaro.
Il giorno dopo mi sentivo forte come non lo ero mai stato. “Come una quercia”, mi sovvenne mentre, immobile in mezzo al prato, osservavo i piedi immersi nell’erba, e sentendo le unghie affondare nel terreno realizzavo che, come gli alberi, mi stavo nutrendo attraverso le mie radici.
Era pieno inverno, e pur uscendo ogni giorno a piedi nudi, il freddo non mi dava fastidio.
Ogni giorno mi sentivo sempre più forte, potevo finalmente tornare alle mie attività.
Guardai la faggeta, era da un bel po’ che non ci entravo. Dovevo fare scorta di legna da ardere: non che avessi freddo, ma se la volevo vendere, me la dovevo procurare e lasciarla stagionare.
Entrai nel bosco con l’accetta a dare un’occhiata, osservando la grandezza dei tronchi scelsi il primo e lo marcai con due colpi incrociati d’accetta.
Mi guardai attorno. “Quello là in fondo”, pensai, e m’incamminai… ovvero, tentai d’incamminarmi, ma i piedi nudi parevano incollati al sottobosco.
Abbassai lo sguardo, avrei voluto urlare, ma non riuscivo ad aprire la bocca; le gambe, le mie gambe fino alle ginocchia erano un tronco! Sgranando gli occhi vidi la corteccia salire lunghe le cosce, invadere il ventre! E saliva, continuava salire, a invadere quel che restava del mio corpo, inarrestabile! Improvvisamente, le dita delle mani si tesero, l’accetta cadde, le braccia si allargarono; non avevo più né braccia, né mani, né dita, vedevo solo rami spogli tesi verso il cielo. Poi, la vista si appannò; ero diventato un albero che cresceva a vista d’occhio, sino a raggiungere l’altezza di un faggio di quarantatré anni!
“Sono qui, sono vivo e vegeto… anzi: vivo e vegetale! Sono un albero, sono quasi immortale!”, avrei voluto gridare la mia gioia, quando mi vennero a cercare.
Sono trascorsi molti, troppi anni vissuti nel terrore. Non sono più felice, in verità lo sono stato per un tempo assai breve. Il tempo di realizzare che avrei potuto vivere secoli, se qualche nuovo signore della foresta non avesse fatto di me, legna da ardere! Probabilità tutt’altro che remota:
non ero l’unico predatore dei boschi. Troppi compagni di sventura ho visto schiantarsi al suolo, al canto delle motoseghe; per non tremare di paura ogni volta che un uomo si avvicina.
Sono forte, quasi immortale, ma non mi posso spostare; lasciatemi vivere, andatevene via, e se non lo volete fare, posate le motoseghe, abbracciatemi, e scoprirete che come voi, soffro, gioisco... vivo.
FINE